CITAZIONI


Giosuè Carducci
Tratto da "le nuove odi barbare", "Sirmione" – 1893 :



Ecco: la la verde Sirmio nel lucido lago sorride,

fiore de le penisole.

Il sol la guarda e vezzeggia: somiglia d'intorno il Benaco

una gran tazza argentea,

cui placido olivo per gli orli nitidi corre

misto a l'eterno lauro.

Questa raggiante coppa Italia madre protende

con le braccia alte a i superi;

ed essi da i cieli cadere vi lasciano Sirmio,

gemma de le penisole.

Baldo, paterno monte, protegge la bella da l'alto

co 'l sopraccìglio torbido:

il Gu sembra un titano per lei caduto in battaglia,

supino e minaccevole.

Ma incontro le porge dal seno lunato a sinistra

Salò le braccia candide,

lieta come fanciulla che in danza entrando abbandona

le chiome e il velo a l'aure,

e ride e gitta fiori con le man' piene, e di fiori

le esulta il capo giovine.

Garda là in fondo solleva la ròcca sua fosca

sovra lo specchio liquido,

cantando una saga d'antiche cittadi sepolte

e di regine barbare.

Ma qui, Lalage, donde per tanta pia gioia d'azzurro

tu mandi il guardo e l' anima,

qui Valerio Catullo, legato giù a' nitidi sassi

il fasèlo bitinico,

sedeasi i lunghi giorni, e gli occhi di Lesbia ne l'onda

fosforescente e tremula.

e 'l perfido riso di Lesbia e i multivoli ardori

vedea ne l'onda vitrea,

mentr' ella pe' neri angiporti stancava le reni

a i nepoti di Romolo.

A lui da gli umidi fondi la ninfa del lago cantava

– Vieni, o Quinto Valerio.

Qui ne le nostre grotte discende anche il sole, ma bianco

e mite come Cintia.

Qui de la vostra vita gli assidui tumulti un lontano

d'api susurro paiono,

e nel silenzio freddo le insanie e le trepide cure

in lento oblio si sciolgono.

Qui 'l fresco, qui 'l sonno, qui musiche leni ed i cori

de le cerule vergini,

mentr' Espero allunga la rosea face su l'acque

e i flutti al lido gemono. –

Ahi triste Amore ! egli odia le Muse, e lascivo i poeti

frange o li spegne tragico.

Ma chi da gli occhi tuoi, che lunghe intentano guerre,

chi ne assicura, o Lalage?

Cogli a le pure Muse tre rami di lauro e di mirto;

e al Sole eterno gli agita.

Non da Peschiera vedi natanti le schiere de' cigni

giù per il Mincio argenteo?

da' verdi paschi a Bianore sacri non odi

la voce di Virgilio?

Volgiti, Lalage, e adora. Un grande severo s'affaccia

a la torre scaligera.

– Suso in Italia bella – sorridendo ei mormora, e guarda

l'acque la terra e l' aere.




Bongianni Grattarolo

“Storie della Riviera di Salo’” tipografia Vincenzo Sabbio – Brescia – 1599 :


…….”Ci ha una cima di monte che sopravanza tutte l’altre, detta da Paesani il Pizzocolo , e da forestieri che lo veggono molto da lontano Monte Acuto , per esser acuto in forma di un’Obelisco, quando se ne trovassero di così grandi. Da questa cima, i Contadini Mantoani, e i Cremonesi tolgono il giuditio delle fertilità e delle sterilità degli anni, conciosia che se tra ‘l fin del verno, e ‘l principio di primavera lo veggono chiaro, netto, e discoperto, si promettono bonissima raccolta. Ma se per lo contrario lo veggono coperto di neve, o di nebbie, si portendono penuria, e carestia, ceri che la rubigine o la brina gli habbia da consumar le spighe.

Se ‘l comico Aristofane, ne havesse havuto notitia, l’havrebbe giudicato opportuno da introdurre il suo Socrate a filosofar con le nebbie.”………..




Giuseppe Solitro

“BENACO” Goi. Devoti editore – Salo’ - 1897 :


………. “E più indietro, a destra del Toscolano, torreggia supino e minaccevole il Pizzocolo o Gu come Titano caduto in battaglia, col groppone arrotondato, spesso fumante di nebbie.” …..


……...”Ma l'azzurra blandizie cela qualche volta l'inganno. Appare su monte Gu una nuvola bianca, a cui gli orli taglienti l'iride colora; pare gran vela nell’immensità del mare, e come vela sbattuta si svolge, si storce, s’allarga.” ………..


……….”Di pioggia vicina e di burrasca dà segni il Pizzocolo o Gu, quando sulla sua cima fumano le nebbie come folto pennacchio verso il cielo salienti. Fin da antico tempo la cima del Gu servì a dar pronostici del tempo; narra in fatti il Gratarolo che i contadini mantovani e cremonesi traevano da lui il giudizio di sterilità o abbondanza dell'annata; di questa; quando al principio di primavera lo vedevano sgombro di nebbia, di quella quando nello stesso tempo era scuro e caliginoso.

Il lampeggiare fitto verso Peschiera e il rumoreggiare del tuono di là, annunciano mal tempo agli abitanti della riva orientale del Benaco; sono invece pronostico di tempo buono per quelli dell’opposta sponda, onde non è raro sentir in bocca dei contadini di Valtcncse questa sentenza:

Quand tuna vers Veruna

Ciapa la sapa e va sapuna,

Quand tuna vers Serà (Monte Pizzocolo)

Ciapa la sapa e va a cà.”